Mi occupo da anni di pazienti oncologici. Collaboro con neurochirurghi e altre figure professionali con l’obiettivo di apportare un miglioramento della qualità di vita del paziente affetto da malattia oncologica.

Nella mia esperienza clinica e di vita personale, ho incontrato diverse persone pronte a combattere il loro “male” e ognuna di loro, mi ha fornito molti spunti terapeutici e dimostrazione di grande coraggio e amore per la vita.

La prima cosa che un malato oncologico capisce è che ha un “tumore” ma spesso è l’ultima persona a cui viene comunicato. Di frequente, durante i primi colloqui, mi sento dire dai pazienti: “Dott.ssa ho capito cosa ho, ma nessuno ha il coraggio di dirmelo”.

Spesso i familiari non vogliono che i medici dicano al loro caro cosa sta succedendo, ne tantomeno hanno il coraggio loro stessi di parlare della malattia. E questo vale sia per i bambini, sia per gli adulti.

La scoperta di un tumore, fa paura a tutti e può produrre un primo momento di sconforto e rabbia con depressione e ansia, un secondo momento caratterizzato da una sorta di “serena rassegnazione” in cui si inizia la battaglia più importante per rimanere in vita.

In questa fase, spesso sono i pazienti a dare coraggio ai loro cari.

Addirittura alcuni iniziano a vedere il tumore come un “dono” da cui ripartire e riorganizzare la loro vita. Ad esempio di recente Nadia Toffa, personaggio televisivo colpita da tumore, è stata anche criticata per questo.

Ma perché? E cosa può fare la neuropsicoterapia in questi casi? Cosa posso fare io in quanto psicologo per “accompagnare” la persona nel viaggio più doloroso della sua vita?

Ai miei pazienti, dico spesso che la “guarigione” inizia con l’accettazione della malattia. Accettare non significa rassegnarsi di fronte alla situazione, ma prendere consapevolezza della propria vita nel QUI ed ORA. Dico spesso che la malattia è un pò come un “lutto”, in cui la persona perde una parte di se stessa e deve far fronte a questo dolore e riorganizzare la propria vita. Che il dolore è inevitabile e bisogna imparare ad accoglierlo e conviverci, anche se nessuno potrà capirlo fino in fondo. Ai miei pazienti dico che non devono dimenticare di essere sempre delle persone, uomini, donne, madri, padri o figli, oltre che pazienti. Che l’essere malato non deve annullare ciò che loro sono o provano, ne tantomeno le loro relazioni più intime.

Una delle più recenti applicazioni della psicoterapia cognitiva in caso di malattie oncologiche,  è la terapia psicologica adiuvante (Adjuvant Psychological Therapy, APT), nata in Gran Bretagna da Greer e Moorey. Viene definita adiuvante proprio perché può essere somministrata in concomitanza e come completamento del trattamento medico. La terapia psicologica adiuvante è molto efficace nel trattamento dei disturbi dell’adattamento (coping) , ansia e depressione ed è indicata sia per la fase iniziale della malattia, sia per pazienti con diagnosi recente di recidiva, al fine di individuare le differenti modalità che le persone hanno di far fronte a eventi stressanti, in base alle loro caratteristiche di personalità.

Gli obiettivi della terapia si basano infatti sulla resilienza di ognuno, ossia la capacità di una persona o di un gruppo di svilupparsi positivamente, di continuare a progettare il proprio futuro, a dispetto di avvenimenti destabilizzanti, di condizioni di vita difficili e di traumi anche severi (Aspinwall LG, Clark A.,2005).

La terapia, può essere utile anche nel monitoraggio del funzionamento cognitivo (attenzione, memoria, linguaggio), tramite esame neuropsicologico o training cognitivo, in quei pazienti sottoposti a eventuali interventi neurochirurgici o cicli di radio o chemioterapia.

Un ciclo di terapia consiste in sedute a cadenza settimanale di 50 minuti ognuna, la durata del trattamento dipende dall’esigenza psicologica della persona in cura. Generalmente il setting è individuale, ma può essere previsto anche un intervento sulla famiglia al fine di migliorare la comunicazione tra i membri.

Come aiutare i pazienti in questo percorso?

  • Formulare insieme un obiettivo positivo: ogni forma di comunicazione impone la formulazione di obiettivo positivo che permetta la riorganizzazione di desideri e pensieri nel Qui ed Ora.
  • Ristrutturazione cognitiva e autocontrollo: l’accento va posto sulle possibilità di controllo da parte del paziente o sulla sua responsabilità, in riferimento alla sua salute, stimolando l’individuo a riflettere su che cosa può e desidera fare per se stesso e che cosa vuole controllare delle sue cure; e relativamente alla sua malattia, promovendo la motivazione a fare il necessario “in maniera volontaria”, favorendo la compliance.
  • Consapevolezza di malattia: accettare e riconoscere la propria malattia, ricevere e capire le informazioni. Esistono in letteratura diversi studi che evidenziano gli effetti positivi che una corretta comunicazione di “cattive notizie” può avere sui malati oncologici per quanto riguarda la comprensione delle informazioni, la soddisfazione per l’assistenza ricevuta e, in generale, le modalità di adattamento alla malattia.
  • Accettazione dei cambiamenti e il dolore cronico: accettare i cambiamenti fisici e psicologici della malattia e convivere con il dolore cronico. In questa prospettiva appaiono coaudiuvanti al trattamento cognitivo anche training di rilassamento muscolare progressivo o di mindfullness.
  • Elaborare le proprie emozioni e ricercarne un significato: è un processo che non ha mai fine. Si tratta di compiere un percorso di ricerca del significato e delle emozioni inerenti a se stessi e alla malattia, e della loro collocazione all’interno della storia individuale, da condividere successivamente con i propri cari.
  • Istituzione di un sistema terapeutico multidisciplinare, caratterizzato dalla collaborazione attiva fra le diverse figure professionali e dall’integrazione fra le competenze; tale sistema dovrà interagire con quello paziente-famiglia. In questa prospettiva un lavoro d’équipe con il neurochirurgo o il neuroncologo, può determinare un miglioramento della qualità di vita.
  • Identificazione di un caregiver ossia una figura significativa del sistema familiare o extrafamiliare sulla quale agire per l’attivazione delle funzioni di supporto.

Le parole tumore o cancro, evocano ancora molte emozioni negative e catastrofiche, e sono spesso sinonimo di grande dolore e sofferenza.

Oggi la psicoterapia cognitiva, insieme alle terapie farmacologiche e chirurgiche,ridimensiona l’immagine della morte, l’immagine d d’irreversibilità della malattia e offre al paziente una la possibilità di rinascita e speranza, focalizzandosi principalmente sul miglioramento della qualità di vita.